Psichedelici e terapia: un cammino appena iniziato
Manuel Glauco Carbone, Angelo G.I. Maremmani, Icro Maremmani, Filippo Della Rocca
Negli ultimi anni, l’interesse scientifico e clinico
per l’uso terapeutico degli psichedelici ha conosciuto
una rinascita senza precedenti. Dopo
decenni di silenzio, segnati da proibizioni e pregiudizi,
la comunità scientifica ha ricominciato
a esplorare con rigore il potenziale di queste
sostanze nel trattamento di diverse forme di
sofferenza psichica, dai disturbi dell’umore alla
dipendenza patologica. Tuttavia, siamo ancora
agli albori di questa nuova stagione terapeutica:
i dati sono promettenti, ma le conoscenze
restano parziali, e il percorso verso un impiego
clinico diffuso richiederà tempo, prudenza e
metodo.
La direzione intrapresa dalla ricerca contemporanea
segue una logica già nota in altri ambiti
della farmacologia: modificare le sostanze
d’abuso, conservandone i meccanismi d’azione
potenzialmente utili, per creare farmaci più sicuri
e più adatti all’uso medico. È lo stesso principio
che ha guidato, nel campo della terapia
della dipendenza da eroina, lo sviluppo degli
oppioidi a cinetica lenta, come il metadone e la
buprenorfina, capaci di stabilizzare il paziente
evitando i picchi e le oscillazioni di effetto tipici
delle droghe da strada. Allo stesso modo, oggi si
lavora per “addomesticare” l’LSD, la psilocibina,
la mescalina e la DMT, individuando dosi, modalità
di somministrazione, e contesti psicoterapeutici
che ne permettano un uso controllato,
lontano dalla logica del consumo ricreativo.
Ciò che rende gli psichedelici unici, dal punto
di vista neurobiologico, è la loro capacità di attivare
diffusamente la corteccia cerebrale e, in
particolare, di rompere la rigidità dei circuiti
fronto-limbici coinvolti nella percezione del sé,
nella memoria emozionale e nella regolazione
affettiva. A differenza degli psicofarmaci tradizionali,
che agiscono potenziando o bloccando
singoli neurotrasmettitori, gli psichedelici
sembrano amplificare la plasticità cerebrale e
favorire la ristrutturazione delle reti neurali.
Questo effetto di “riapertura” delle finestre
evolutive della mente adulta potrebbe spiegare
la rapidità e l’intensità del cambiamento clinico
osservate in alcuni studi.
Nel trattamento delle dipendenze, questi meccanismi
rivestono un valore particolare. Le sostanze
psichedeliche, in contesto terapeutico,
sembrano favorire una nuova visione di sé e
della propria storia, rompendo la compulsione
e la ripetitività del comportamento tossicomanico.
Non si tratta solo di bloccare il craving,
ma di riformulare profondamente il vissuto del
paziente e il senso stesso della dipendenza.
Naturalmente, restano molti interrogativi. Qual
è il profilo di sicurezza a lungo termine? Quali
sono le indicazioni cliniche reali? Chi sono i
candidati ideali al trattamento? E quale tipo di
accompagnamento psicoterapeutico è più adeguato?
Sono domande aperte, che richiedono
studi rigorosi e un’etica della prudenza.
Ma una cosa è certa: la stagione degli psichedelici
terapeutici è iniziata. E come già accaduto
per altre sostanze “maledette”, anche in questo
caso potremmo trovarci di fronte a una trasformazione
culturale profonda, in cui ciò che ieri
era condannato può oggi diventare strumento
di cura. A patto, naturalmente, di procedere
con rigore, misura e responsabilità.

Manuel Glauco Carbone

Angelo G.I. Maremmani

Icro Maremmani

Filippo Della Rocca






