< Tutti gli articoli

Food addiction: una questione controversaPrevenire l’uso problematico di internet durante la pandemia di COVID-19: linee guida condivise


Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale Sezione di Psichiatria

Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale Sezione di Psichiatria

Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale Sezione di Psichiatria

Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale Sezione di Psichiatria

Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale Sezione di Psichiatria

Saint Camillus International University of Health and Medical Sciences UniCamillus, Roma

Articolo di 4 pagine in formato digitale pdf
L’idea che il cibo possa costituire una sostanza d’abuso, è un concetto che compare per la prima volta nel 1890 all’interno della rivista Journal of Inebriety, riferendosi al cioccolato. Il termine food addiction (FA) fu introdotto solo più tardi, dal medico Theron Randolph nel 1956 per descrivere un’elevata sensibilità individuale nella ricerca di determinati cibi, più frequentemente grano, frumento, latte, uova, patate. Tale visione si è modificata nel corso degli anni, individuando come cibi con maggiore potenzialità d’abuso, ossia capaci di sviluppare dipendenza, quelli altamente palatabili, ricchi in zuccheri, grassi e sale. Negli ultimi decenni il concetto di FA ha ricevuto una risonanza sempre maggiore, non solo a livello della comunità scientifica, ma anche a livello mediatico, in modo particolare in relazione all’aumento della prevalenza dell’obesità nel mondo occidentale.