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Coltivare la cannabis light. Il labirinto legislativo e il filo di Arianna scientifico


Scuola di Specializzazione in Psichiatria Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale Università di Pisa

Ordine degli Avvocati di Roma

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Associazione per l’Utilizzo delle Conoscenze Neuroscientifiche a fini Sociali (AU-CNS) Pietrasanta, Lucca Società di Psichiatria Clinica e Sperimentale della Scuola di Pisa Dipartimento di Psichiatria Unità Sanitaria Nord-Ovest Regione Toscana Zona della Versilia, Viareggio

Associazione per l’Utilizzo delle Conoscenze Neuroscientifiche a fini Sociali (AU-CNS) Pietrasanta, Lucca Unità di Disturbo Duale “Vincent P. Dole” Istituto di Scienze del Comportamento “G. De Lisio” Pisa Unicamillus International Medical University Roma

Articolo di 8 pagine in formato digitale pdf
Nonostante l’uso di cannabinoidi permanga illegale nella maggior parte dei Paesi occidentali almeno 23 Paesi europei consentono una qualche forma di consumo di cannabis per scopi medici. Allo stato attuale, l’opzione della legalizzazione ricreativa è ampiamente discussa in molti Paesi europei; in primis Francia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi hanno approvato un progetto di legge sperimentale sulla fornitura controllata di cannabis. La depenalizzazione vige da molto tempo in Portogallo e, più recentemente, nella Repubblica Ceca ma gli effetti a lungo termine di queste riforme politiche sono ancora dibattuti. In Italia era consentita la coltivazione, senza necessità di autorizzazione, delle varietà di Cannabis Sativa se il contenuto complessivo di delta9-THC non era superiore allo 0,2% ed entro il limite dello 0,6%, ma la Corte Suprema di Cassazione, con sentenza del 30 maggio 2019, ha stabilito che la commercializzazione di Cannabis Sativa e dei suoi derivati è possibile a patto che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante. Dall’analisi della letteratura è possibile proporre che la legalità della canapa sia misurata secondo il rapporto esistente tra THC e i cannabinoidi minori, in primis il cannabidiolo (CBD). Sono infatti disponibili varianti della cannabis in cui il contenuto percentuale di CBD può essere molto più alto del normale, in presenza di un THC variabile (da basso a normale, ad alto). Il fatto che il CBD sia presente in quantità percentuale elevata è considerato garanzia dell’assenza di effetti “stupefacenti” della cannabis. Quello che il THC peggiora, il CBD attenua, ben inteso nell’ambito di una combinazione tra i due, ma può essere che quando la percentuale di THC supera un certo valore alcuni dei sintomi non possano più essere attenuati.